Ormai non riuscivo più a distinguere la posizione delle lancette dorate sullo sfondo bianco dell’orologio. Da qualche mese la mia vista peggiorava più rapidamente.
Più che altro aumentava il numero delle macchie, color liquirizia squagliata, che ingombravano fastidiosamente il mio campo visivo, confondendo le forme e i colori degli oggetti reali.
Acquistai un orologio nuovo con le lancette color bianco brillante, molto vistose soprattutto per il contrasto con uno sfondo scuro e opaco.
Tornai finalmente a guardare l’orologio con relativa disinvoltura e questo fatto mi faceva sentire più sano e più normale.
Ma fino a quando avrei potuto risolvere questi problemi migliorando la qualità degli strumenti? Fino a quando avrei potuto continuare a comportarmi da vedente e a poter dire di essere uno che ci vede?
Il pensiero di un orologio tattile, da osservare con le dita, non poteva ancora divenire un’immagine della mia mente ed era quindi un’ipotesi verbale, lontana dalle cose pensate per essere fatte.
vivevo da vedente pensando che fosse l’ultimo giro, ma volevo illudermi che il giuro fosse lungo, così lungo da non finire mai.
Sempre più frequentemente mi accadevano incidenti di ogni tipo, causati soprattutto dall’ambiguità del mio comportamento che non lasciava chiaramente intendere la mia reale condizione.
Sentivo di non poter abbandonare il mio comportamento da vedente, nonostante tutto e contro ogni evidenza.
Era come smettere un abito senza possederne un altro di riserva. Senza la vista, reale o presunta che fosse, non sapevo come indossare il mio corpo, come utilizzarlo, come interagire con me stesso, con gli altri e con il mondo circostante.
Non fu semplice acquistare il nuovo abito e fu ancora più difficile imparare ad indossarlo, tra la vergogna del sentirmi nudo e l’impulso ingovernabile di riattivare le vecchie abitudini.
Furono anni scabrosi e contraddittori, durante i quali ho imparato almeno una cosa fondamentale: un cambiamento radicale può essere vissuto ma non può essere prefigurato con l’immaginazione.
Dovremmo parlare meno del cambiamento e nel frattempo introdurre nella nostra vita quotidiana qualche piccolo fatto che furtivamente ma inesorabilmente ne produca la trasformazione.
Forse da soli non siamo del tutto capaci di fare questo. Occorrono persone amiche, più lucide e serene di noi, che intervengano a darci una mano.