Era un mezzogiorno di Natale. Io avevo ventuno anni ma sentivo il peso di una storia molto più lunga.
Scendevo gli scalini della clinica e mi sembrava di salire. Cercavo con gli occhi qualcosa che mi portasse lontano, al di là dei pensieri e delle paure che opprimevano la mia immaginazione.
Presi l’autobus, il numero 36, per raggiungere la stazione Termini.
Allontanarmi dalla clinica psichiatrica, avvicinarmi a casa, dover parlare con i miei familiari; volevo qualcos’altro, qualcosa che mi facesse sentire un po’ meno solo.
Improvvisamente mi resi conto di essere l’unico passeggero. Mi trovavo accanto al conducente e guardavo la strada.
Un sole tiepido e luminoso rendeva quasi luccicanti alcuni fiocchi di neve che cadevano sull’asfalto, liquefacendosi in fretta.
Il conducente guidava assorto nella sua mente ma ogni tanto mi guardava con interesse, intenso e labile come i fiocchi di neve.
Tutto mi appariva intenso e labile, viceversa mi occorrevano riferimenti stabili, affidabili, riposanti.
Meccanicamente, senza gemiti, cominciai a piangere. La liberazione che avvertivo mi impediva di provare vergogna.
Fu allora che il conducente mi rivolse la parola. Desiderava conoscere la ragione del mio pianto ed io gli raccontai di Maria, della sua improvvisa e grave malattia, del mio dolore e delle mie paure. Confessai che non volevo più sposarla, perché mi appariva troppo inquietante e inaffidabile, ma non volevo neanche lasciarla al suo destino, uscire dalla sua storia soltanto perché non volevo sposarla.
Mentre parlavo, accadde la cosa più strana. Il conducente cominciò a singhiozzare; il suo pianto era più angoscioso del mio, più contratto e più disperato.
Mi raccontò che sua moglie, appena dopo tre anni di matrimonio, aveva contratto una grave forma di malattia mentale e si era ricoverata per un lungo periodo.
Egli era rimasto solo, con due figli molto piccoli, in una condizione molto difficile e del tutto imprevedibile.
Il suo racconto fu interrotto dall’arrivo nel piazzale della stazione Termini, sede del capolinea.
Scendemmo entrambi dall’autobus e ci salutammo.
Ricordo bene quella stretta di mano, così espressiva e così inesprimibile. Ne ricordo l’energia, il calore, la passione. Mi ritorna in mente soprattutto quando vorrei fuggire dalla realtà, senza capire che la fuga dall’esistenza è, allo stesso tempo, un lusso e una disgrazia che molte persone non possono prendere in seria considerazione.