Parte II : Vivere la cecità – Una storiella un po’ sadica

Ricordo ancora una storiella che si raccontava su di me, quando frequentavo la scuola media superiore.
Ad inventarla, era stato il mio amico Romolo un giovane burlone e intraprendente, al quale piaceva molto fare umorismo sulla mia condizione di ipovedente.
Una volta egli aveva raccontato di avermi incontrato sulla via Cristoforo Colombo, nel quartiere romano dell’EUR, mentre strisciavo con la pancia per terra sul marciapiede, guardando la strada con estrema attenzione.
Sorpreso ed incuriosito, si era avvicinato e mi aveva chiesto cosa facessi in quella strana posizione.
A quella domanda io avevo risposto con il tono reattivo di chi risponde a qualcosa di ovvio, dicendo che naturalmente stavo cercando le strisce pedonali.
Questa storiellina fece il giro di tutto l’istituto e devo dire che in un certo senso contribuì a celebrare e a sdrammatizzare la mia condizione visiva.
Non so giudicare se la storiella fosse più sadica o più divertente, fatto sta che in essa si esprimeva una intelligenza che in qualche modo andava oltre i soliti sentimenti della pena e della meraviglia.
Preferivo che si ridesse di me con piacere e realismo, piuttosto che si celasse la mia disabilità nello spazio vergognoso dell’ “indicibile sussurrato”.
Certo, quelle risate ferivano la mia sensibilità, ma aprivano il sentiero del dialogo e di una possibile chiarificazione.