Un fatto che da ragazzo mi appariva intollerabile, era l’attrazione che alcuni miei compagni di scuola esercitavano su molte ragazze, malgrado la brutale scortesia e l’aggressività dei loro comportamenti.
I miei tentativi di essere desiderabile mediante la disponibilità e la tenerezza, venivano apprezzati dalle ragazze ma soltanto in una prospettiva di amicizia, del tutto estranea dall’intensità del desiderio.
Tutto ciò mi appariva incomprensibile e soprattutto ingiusto. Cominciai a pensare che per divenire attraenti occorresse apprendere “l’arte della cattiveria” , assumendo una condotta più aspra ed inquietante.
Debbo dire che i miei comportamenti bruschi ed ostili non ottennero affatto risultati confortanti ed anzi rischiai di perdere le relazioni di amicizia che avevo costruito mediante un atteggiamento tenero e disponibile.
Fu allora che mi convinsi di possedere un aspetto fisico così brutto da risultare inaccettabile e ciò mi fece sprofondare poco a poco in uno stato di sconforto.
Alcuni miei amici mi vennero incontro, facendomi notare che ragazzi decisamente più brutti di me riuscivano a conquistare le ragazze più di altri che apparivano meglio dotati sul piano dell’aspetto fisico.
Non mi restava che attribuire il fallimento dei miei avvicinamenti sentimentali alla mia condizione di ipovedente, vale a dire, al mio stato di inferiorità organica.
Non fu facile uscire da questa deprimente convinzione che durò a lungo e non fu priva di effetti nocivi sul mio sviluppo personale e sociale.
Molto più tardi una ragazza ebbe il coraggio di aiutarmi a capire quale fosse l’autentica origine del problema.
“E’ desiderabile chi riesce ad introdurre il proprio desiderio nella vivacità della relazione, in modo che l’altro possa sentirsi davvero desiderato”.
Molto spesso i ciechi non vengono educati ad esprimere e a gestire i propri desideri nel contesto delle relazioni interpersonali.
Crescendo in un ambiente iperprotettivo, impariamo a pretendere, piuttosto che a desiderare. Infatti il desidero include necessariamente l’incertezza ed il rischio di una situazione non controllabile, che può essere accolta e vissuta soltanto da chi abbia imparato a gustare il senso avventuroso dell’esistenza.
Non è la minorazione della vista che generalmente preclude la via di una relazione sentimentale, ma soltanto la fragilità un po’ violenta che caratterizza il nostro modo di pretendere, senza il coraggio di desiderare.
Ancora una volta l’educazione dei ciechi merita una riflessione profonda, ben aldilà del tecnicismo con il quale oggi ci capita frequentemente di rispondere all’insorgenza della minorazione visiva.