Parte II : Vivere la cecità – Dov’è lo specchio dell’anima?

Naturalmente è nel corpo che si esprime la nostra storia personale. In esso la storia lascia le sue tracce, i segni di un passato che talvolta offrono anche, mirabilmente, qualche presagio del nostro futuro.
La concretezza del nostro corpo intero, con le sue caratteristiche e con i suoi limiti, è il libro della nostra vita e del nostro esserci.
Ciò nondimeno esistono nel nostro corpo parti più o meno significative, più o meno osservabili allo scopo di conoscere la nostra storia e la nostra identità.
Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima, poiché in essi possiamo scorgere le intenzioni dell’altro e la sincerità delle sue parole.
Non tutti sono convinti che ciò sia vero, ma è comunque innegabile che gli occhi ci offrano questa sensazione di penetrabilità dell’altro.
E’ forse vero che gli occhi consentono quasi sempre di comprendere le intenzioni dell’altro. Il guaio, se mai, sta nel fatto che le nostre intenzioni sono spesso mutevoli ed offrono quindi una relativa affidabilità.
Diversamente si dice che le mani siano l’espressione della nostra vita concreta, lo strumento con il quale la nostra mente entra in contatto con la realtà del mondo, per incidervi e produrre le trasformazioni desiderabili ed anche quelle non desiderabili.
Indubbiamente osservando le mani di una persona, si può comprendere molto del suo passato, della sua storia personale. Soprattutto si possono comprendere le condizioni pratiche di vita, vale a dire la condotta operativa di una persona.
Occorre aggiungere che sulle mani dell’altro possiamo riconoscere i suoi atteggiamenti costitutivi, quelli che caratterizzano maggiormente il suo modo di essere, la sua condotta relazionale.
Infatti nel comportamento di una persona, i movimenti delle mani sono molto immediati e poco controllabili. In particolar modo i motivi dell’aggressività, dell’inquietudine e della affermazione di sé trovano spesso il loro specchio involontario nei micromovimenti delle mani.
Al riparo da certezze mistiche, che inevitabilmente ci condurrebbero a parlare della lettura della mano come chiaroveggenza del nostro futuro e di altre portentose funzioni connesse con questa importante parte del corpo, possiamo dire che la stretta di mano rappresenta, più di qualsiasi latro gesto, l’atto con il quale mettiamo in gioco la credibilità delle nostre parole.
Si potrebbe dire che l’occhio rappresenti il principale punto d’ingresso immediato nel labirinto emozionale e fisiologico di una persona. Le mani viceversa rappresentano forse il principale punto di uscita, con il quale il soggetto dà corpo alle sue intenzioni e si compromette con il mondo, costruendo la sua storia e gli aspetti più responsabili della sua identità.
D’altra parte nelle nostre mani si articolano, si mescolano e si distinguono tre funzioni fondamentali: il comunicare, l’agire e il conoscere.
Conoscere con le mani è qualcosa che appartiene alla specie umana, ma è certamente la funzione che caratterizza l’esistenza dei soggetti non vedenti.
Purtroppo l’ingenuità del sentire comune vive con angoscia l’immagine delle mani che conoscono e che si muovono senza la guida degli occhi.
Per questa ragione è importante che i ciechi apprendano a simulare uno sguardo che accompagni il movimento delle loro mani, allo scopo di rendere più naturale e accettabile questa loro specifica necessità.
In casi come questo, fingere non esprime il desiderio di fuga ma piuttosto la volontà di conciliare le proprie esigenze con la sensibilità degli altri.
Le mani die ciechi ben educati sono sensibili ed energiche, vivaci e prudenti, curiose e ben misurate; sono soprattutto mani che hanno più bisogno di toccare e chiedono alla società di essere più avvicinabile.
In fondo sarebbe sufficiente recuperare, in qualche misura, il gusto di toccare caratteristico dei bambini, per accogliere con sufficiente serenità le mani dei ciechi nella quotidianità ordinaria del vivere sociale.
Un simile recupero sarà un bene per tutti, ma in particolar modo, offrirà ai soggetti non vedenti la possibilità di assaporare, finalmente, il diretto di essere ciechi.