Parte II : Vivere la cecità – Come prendere la parola?

La riunione durava già da quasi due ore ed io non ero ancora riuscito ad esporre il mio pensiero, a prendere la parola per comunicare il mio punto di vista.
Eravamo un gruppo di esperti qualificati ed avevamo il compito di redigere un documento sulla formazione degli insegnanti in rapporto con l’integrazione scolastica.
Il nostro coordinatore, un rinomato dirigente ministeriale, aveva deciso di avviare una discussione spontanea, senza un elenco degli iscritti a parlare.
Egli aveva detto che in fondo eravamo pochi, circa una ventina, e potevamo quindi governare il dibattito evitando le procedure più formali.
Da parte mia avevo capito abbastanza presto che la richiesta e l’offerta della parola avvenivano mediante segnali mimico-espressivi che, per diventare efficaci, avevano bisogno della reciprocità oculare.
Ciononostante non mi ero preoccupato. Ritenevo infatti che nel momento in cui avessi desiderato parlare, sarebbe stato sufficiente alzare la mano come facevo a scuola da ragazzo.
Prima o poi la mia mano sollevata avrebbe catturato lo sguardo del coordinatore e la parola mi sarebbe stata concessa.
Arrivò finalmente il momento di alzare la mano e purtroppo dovetti constatare con il passare dei minuti che questa mia segnalazione, benché vistosa, non produceva l’effetto desiderato.
Evidentemente nel mio gesto c’era qualcosa di non previsto, di extracontestuale. Probabilmente la mano sollevata veniva percepita a prescindere dal suo significato scolastico ed assumeva la fisionomia della stranezza, da collocare al margine del campo visivo.
Accadde comunque che la mia pazienza e la mia capacità di attendere si esaurirono. Mi alzai in piedi e con la voce alterata dall’emozione dichiarai clamorosamente il mio disagio, chiedendo che si scegliesse un criterio formale adatto a garantire a ciascuno di noi il diritto di parola e di espressione.
Aggiunsi inoltre che mi sembrava quantomeno bizzarro che in un contesto concentrato sulle problematiche del deficit emergesse la necessità di simili chiarificazioni.
Con il passare degli anni ho compreso sempre meglio che in quell’episodio non c’era nulla di strano.
L’integrazione sociale delle persone con deficit non può essere conquistata una volta per tutte.
Non esistono pertanto ambienti e contesti nei quali sia possibile vivere di rendita.
In altri termini la distinzione e l’integrazione delle diversità individuali non può divenire un’abitudine, una semplice routine.
Indubbiamente le realtà sociali possono dimostrarsi più o meno sensibili, predisposte e organizzate ad accogliere la diversità di ogni singola persona.
Ciònondimeno la diversità individuale rischia sempre di impallidire, di perdere la sua pregnanza, di geometrizzare la proprie forme nella logica della semplificazione.
Per questa ragione è molto importante mantenersi vivaci e capaci di riconoscere la propria diversità e, se necessario, aiutare gli altri a riconoscerla, anche attraverso i toni decisi dell’affermazione di sé.