Parte II : Vivere la cecità – Chiodo scaccia chiodo

Era un pomeriggio di fine aprile, umido e noioso, semplicemente privo di attrattive che potessero conferire al ritmo del tempo la caratteristica della vivacità.
Erano già due mesi che mi trovavo in ospedale e Laura non era ancora venuta, né aveva scelto un qualsiasi altro modo per essermi presente.
Io avevo quasi rinunciato ad immaginare il suo arrivo, scivolando in una finzione di indifferenza che tacitamente alterava il rapporto con me stesso.
Cercavo di essere allegro e divertente con tutti, ma in fondo mi sentivo stanco e umiliato per non parlare dell’angoscia con la quale attendevo il giorno del difficile intervento chirurgico che avrebbe dovuto restituire un po’ di funzione al mi occhio sinistro.
Era quasi arrivato il momento della cena quando mi fu annunciata una visita. Qualche secondo più tardi Laura entrò nella mia camera e mi salutò con affetto misurato, quasi diplomatico.
Avvertivo con intensità l’incongruenza della situazione, ma fui contento di vederla. Benché sfuggente la sua presenza ebbe comunque la forza di risvegliare i miei desideri e di condurmi fuori dal torpore psichico nel quale mi ero calato.
Il colloquio non riuscì comunque a superare il livello dell’intervista, resa più cordiale da qualche minuscolo spunto affettuoso, sovraccarico di esitazione.
Ad un certo punto cominciai ad intuire che tra le pieghe del non detto stava per emergere qualcosa di pesante, che mi avrebbe fatto male e desiderai per un attimo che l’incontro si interrompesse improvvisamente, quasi per magia.
Dal suo comportamento capivo sempre meglio che Laura era venuta per dirmi qualcosa, qualcosa di definitivo, ed io non avevo alcuna voglia di ascoltare.
In fin dei conti neanche lei aveva voglia di dirmelo e per questa ragione aveva tardato così tanto nel venire a trovarmi.
Forse già la notizia del ricovero, con il suo significato drammatico, aveva suscitato in lei sentimenti così penosi da risultare incompatibili con la nostra relazione.
Inesorabilmente arrivò la sua dichiarazione pronunciata con voce inespressiva, quasi meccanica: “vedi Mario, sento che la tua vita è troppo dolorosa e non credo di avere la forza per starti vicino, sento che devo allontanarmi da te, anche se mi dispiace”.
Non riesco a ricordare se pronunciai qualche parola di replica. Certamente allungai la mano per salutarla e porre fine ad un colloquio che da un momento all’altro avrebbe potuto essere travolto da un’onda impietosa di inutili emozioni.
Non fu facile superare quella frustrazione ed accogliere in qualche modo una realtà così amara.
Confesso che mi fu di grande aiuto una simpatica ed allegra infermiera che comprese questa mia difficile situazione e volle rendersi utile a suo modo, mediante un comportamento rispettoso ma incisivo.
Devo dire che mise a frutto tutte le sue grazie e le sue virtù per ricordarmi che ero un ragazzo di diciannove anni e che non avrei dovuto lasciarmi travolgere da una singola occasione perduta.
Forse non fu romantico scacciare un ricordo ed affogarlo in una vicenda episodica e superficiale. Sta di fatto che dopo trentacinque anni io ricordo con maggiore intensità ed affetto la ragazza che mi restituì, a suo modo, il coraggio di esistere, piuttosto che l’altra ed il suo bisogno di tenersi alla larga dal dolore.