Capitolo 9 – Pluridisabilità – Significato e valore della presenza sociale dei soggetti non vedenti pluriminorati

Sommario:

f. Significato e valore della presenza sociale dei soggetti non vedenti pluriminorati

Per svolgere questo complesso argomento con la necessaria cura e compiutezza, occorre considerare in primo luogo che la persona non vedente pluriminorata, vivendo le sue drammatiche limitazioni sensoriali, simboliche e relazionali, è soprattutto un soggetto non vedente che non riesce a trovare in se stesso sufficienti e valide risorse per controbilanciare con efficacia la propria minorazione della vista.
In altri termini possiamo dire che, per rispettare la soggettività di simili persone, giova molto partire dalla loro esigenza di contatto e di partecipazione alla realtà che li circonda, rispettando naturalmente le loro singolari diversità nel conoscere e nel comunicare.
A questo proposito occorre comprendere come la minorazione della vista, priva di una valida risposta compensativa, comporti una gravissima frattura tra la persona e l’ambiente, mortificando nel soggetto il desiderio di conoscere ed il piacere di una stabile relazione con la realtà circostante.
La tiflologia ci insegna che la minorazione della vista può essere compensata in misura e modo soddisfacenti, da un eccellente sviluppo delle coordinazioni senso- percettivo- motorie, da una discreta e realistica vivacità delle funzioni immaginative, da un armonico sviluppo delle competenze socio relazionali.
Evidentemente si tratta di risposte che per definizione non appartengono al patrimonio funzionale della persona non vedente pluriminorata, che pertanto, senza un valido e permanente aiuto sociale, resterà prigioniera nella sua disabilità visiva, destinato a vivere una condizione di isolamento, tra le fluttuazioni e le contraddizioni di un’esperienza fantastica pressoché priva di processi evolutivi e costruttivi.
Ecco perché simili persone, secondo i più elementari principi di civiltà, meriterebbero un ambiente scolastico o sociale predisposto e capace di interagire positivamente con le loro esigenze e con le loro diversità individuali.
In altre parole le persone che vivono accanto ad un soggetto non vedente pluriminorato dovrebbero possedere buone disposizioni e capacità per osservare e comprendere la sua singolare soggettività, partecipando alla sua vita e facilitando la sua partecipazione.
Per acquisire queste buone attitudini, i genitori hanno bisogno di essere capiti nelle loro personali difficoltà, di essere aiutati ad uscire dall’angoscia della solitudine, ed inoltre hanno bisogno di constatare di fatto che la società riconosce la presenza dei loro figli ed attribuisce a tale persona significato e valore.
Osservando i propri figli in un ambiente scolastico o sociale finalmente adatto alla loro particolare condizione, un ambiente dove la persona non vedente pluriminorata divenga degna di esistere con gli altri e tra gli altri, degna di conoscere e di essere conosciuta, i genitori possono trovare la forza e la fiducia per riattivare la propria funzione educativa, ricominciando a pensare con spirito realistico e positivo.
Generalmente a questo punto i genitori divengono capaci di ristrutturare l’organizzazione quotidiana della vita familiare, rinnovando le abitudini allo scopo di facilitare l’espressione e la partecipazione del bambino pluriminorato.
La cosa più bella accade quando i genitori, superando la così detta ansia di normalità, riescono ad entrare in contatto con le manifestazioni di piacere del proprio bambino, a viverne con pienezza la forza liberatoria. Il più delle volte questa semplice ma efficace esperienza consente ai genitori di risvegliare e di rinnovare la propria gioia di esistere, al di là delle convenzioni e dei pregiudizi sociali, lungo un cammino di autentica liberazione e realizzazione umana.
D’altra parte anche gli insegnanti e gli operatori dei centri educativi di socio riabilitazione si avvicinano spesso ai soggetti non vedenti pluriminorati con atteggiamenti perturbati dall’ansia di normalità e da un desiderio di riparazione più fantasiosa che reale.
Quando l’educatore scopre che la persona non vedente pluriminorata non va osservata come un danneggiato da riparare ma come una persona da conoscere per quello che è e non per quello che dovrebbe essere, improvvisamente il suo compito diviene più facile e la sua giornata lavorativa assume toni un po’ più vivaci ed un po’ meno deprimenti.
Se osserviamo con libertà di attenzione e di riflessione i soggetti non vedenti pluriminorati, ci accorgiamo che essi ci offrono mirabilmente, ogni giorno, la possibilità di comprendere meglio il desiderio, la paura e l’urgenza, il piacere, il dolore e il disagio, l’agitazione, l’ira e la disperazione, attraverso comportamenti che, allo stesso tempo, appaiono complessi e trasparenti.
Se la nostra attenzione si concentrasse prevalentemente sulle singole emozioni di simili persone, potremmo finalmente smetterla di partire dalle loro limitazioni, che poste al centro della nostra osservazione ci impediscono di vivere la relazione interpersonale, proiettandoci automaticamente nella logica dell’aggiustaggio.
Secondo i criteri di una logica effettivamente educativa, l’intervento riabilitativo deve nascere all’interno dei significati che costituiscono la relazione interpersonale con il soggetto pluriminorato.
Fuori da questa logica è sin troppo facile appiattire l’intervento in una dimensione angusta e funzionalistica, caratterizzata quasi esclusivamente dal bisogno sociale di rendere il soggetto socio compatibile, vale a dire meno perturbante.
Desidero comunque concludere questa mia argomentazione richiamando un aspetto tanto drammatico quanto fondamentale.
I genitori dei soggetti non vedenti pluriminorati sono angosciati soprattutto dal pensiero su cosa potrà capitare ai loro figli il giorno in cui resteranno senza genitori.
L’interrogativo è così reale e pungente da non consentire giri di parole o cincischiamenti di alcune genere.
Occorre provvedere e concepire soluzioni residenziali nelle quali simili persone possano mantenere integra la propria dignità umana e la propria esperienza quotidiana.
Dobbiamo pertanto prevedere con urgenza incontri operativi qualificati per offrire alcune prime risposte a questo difficile problema.
Sono profondamente convinto che tali risposte ci faranno sentire, ancor più di ieri e di oggi, Unione Italiana dei Ciechi. Quando infatti si riesce a partire dagli ultimi, il sentimento e l’intelligenza della solidarietà manifestano per intero la loro forza creativa, mettendo in moto una vera e propria gioia di agire insieme.
Sento in definitiva che , se riusciremo ad offrire qualche valida risposta a questo problema, la nostra credibilità sociale e la nostra stessa immagine potranno rapidamente rinnovarsi e contribuire in misura significativa al recupero di quei valori sociali che appaiono oggi così mortificati da una fredda logica del profitto e da un confuso, disorientato, sentimento individuale.