Sommario:
- Per una analisi fattoriale della funzione docente
- Non sottolineare la diversità
- Il Braille: un alfabeto da conoscere e da vivere
- Sintesi
c. Il Braille: un alfabeto da conoscere e da vivere
Quando mi capita di proporre ai docenti un’esercitazione per conoscere il sistema di scrittura e lettura Braille, già sento, ancor prima di iniziare, le loro esclamazioni di protesta, di paura e di smarrimento.
Nella loro mente il Braille appare come qualcosa di labirintico, un insieme di puntini misteriosi che trovano ordine e significato esclusivamente nel pensiero della persona non vedente.
Nel corso delle esercitazioni il timore e il rifiuto si trasformano gradualmente in una sorta di meraviglia, man mano che si evidenzia la semplicità del Braille, la sua chiarezza e la vivacità didattica con cui può essere presentato.
A questo punto i docenti assumono una posizione di apprendimento molto più partecipe e attiva, dimostrando interesse e fiducia nei propri mezzi cognitivi.
Le letterine Braille si formano nella loro mente con una fisionomia figurativa molto precisa, arricchita dai integrazioni spontanee di natura immaginativa e fantastica.
L’alfabeto Braille diviene finalmente qualcosa di vivo, una realtà culturale festosa, una sublime espressione dell’intelligenza e della socialità.
Possiamo dire in altri termini che il Braille può essere conosciuto nelle sue effettive potenzialità solo quando venga distinto dai vissuti angosciosi che accompagnano regolarmente il pensiero della cecità.
E’ infatti il vincolo tra scrittura Braille ed esperienza della cecità che rende così difficile ai genitori del bambino non vedente (o gravemente ipovedente) un confronto sereno con le possibilità offerte da questo straordinario alfabeto tattile.
Talvolta i genitori rifiutano con decisione il Braille, proprio perché in esso vivono troppo intensamente il confronto con la minorazione visiva del bambino.
D’altra parte un simile vincolo suggerisce quasi istintivamente ai docenti di presentare al bambino la scrittura Braille con timorosa esitazione, quasi fosse il triste surrogato dell’alfabeto vero, vale a dire l’alfabeto visivo.
Logicamente tale presentazione appare luttuosa al bambino, il quale si sente un po’ legittimato nel rifiutare uno strumento che persino il docente considera penoso e squalificato.
Il bambino ha bisogno di sentire che la scelta viene fatta dai suoi insegnanti, dall’istituzione scolastica e che si tratta di una scelta particolarmente efficace ed opportuna, allo scopo di realizzare le sue possibilità di studio e di socializzazione.
Tutto questo potrà riuscire molto meglio in una classe dove le differenze individuali vengano vissute come un patrimonio comune, meritevole di interesse e di partecipazione.
A questo proposito devo dire, sulla base della mia esperienza professionale, che gli alunni vedenti dimostrano generalmente, nel confronto con il Braille, un salutare atteggiamento di curiosità ed una spontanea disposizione ad apprendere.
Ciò non accade quando le circostanze socioeducative e psicosociali dell’istituzione scolastica presentano l’alunno disabile visivo concluso nell’angosciosa retorica dell’oscurità. Tale retorica riesce a disarmare la curiosità dei coetanei, anche dei più vivaci e intraprendenti.
Ancora una volta dobbiamo concludere indicando il pensiero angoscioso della cecità come il principale ostacolo da superare lungo la difficile via dell’integrazione scolastica e sociale.